Noi popoli, organizzazioni e leaders indigeni di tutto il Brasile, nell’impossibilità di riunirci fisicamente nella Grande Assemblea Nazionale “Accampamento Terra Libera” – che da 16 anni teniamo nella capitale federale del Brasile – a causa della necessità di mantenere l’isolamento sociale imposto dalla pandemia di Covid-19, abbiamo comunque realizzato l’evento, in modo virtuale, durante una settimana, con numerosissime discussioni, dibattiti, seminari, testimonianze e lives. Dopo 520 anni di resistenza a tutti i tipi di invasioni che, oltre alla violenza fisica, al lavoro forzato, alle razzie e all’usurpazione dei nostri territori, hanno usato le malattie come principale arma biologica di sterminio, stiamo vivendo attualmente l’attacco del peggior virus della nostra storia: il governo Bolsonaro.

Denunciamo all’opinione pubblica nazionale e internazionale questa grave situazione: noi, popolazioni indigene del Brasile, costituite da oltre 305 popoli che parlano 274 lingue diverse, siamo nel mirino e vittime del progetto genocida dell’attuale governo di Jair Messias Bolsonaro, che dall’inizio del suo mandato ci scelse come uno dei suoi obiettivi prioritari, affermando che avrebbe sospeso ogni demarcazione di terre indigene e che avrebbe rivisto le demarcazioni già effettuate allegandone l’irregolarità.

Bolsonaro, non appena al governo, emise la misura provvisoria 870/19, con la quale determinò lo smembramento della Fondazione Nazionale Indigena – FUNAI e delle sue attribuzioni, trasferendo le competenze riguardanti la concessione di licenze ambientali e la demarcazione delle terre indigene al Ministero dell’Agricoltura, comandato dall’oligarchia latifondiaria, nemica dei nostri popoli, nella persona del Ministro Teresa Cristina, nota come la “musa dei veleni”. È stata necessaria una grande mobilitazione da parte nostra e dei nostri alleati affinché il Parlamento respingesse questa misura.

Bolsonaro ha smantellato, da un lato le politiche e gli organi che fino ad allora, seppure in modo precario, si occupavano del nostro popolo, e ne ha affidato la direzione a persone apertamente anti-indigene, come il nuovo presidente della Fondazione Nazionale Indigenista, il commissario di polizia Marcelo Augusto Xavier da Silva, ex consigliere dei latifondisti che, nella Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla FUNAI / INCRA (Istituto Nazionale della Riforma Agraria) hanno incriminato funzionari pubblici, leader indigeni e avvocati. Il nuovo presidente della FUNAI ha firmato l’Istruzione Normativa n. 09, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 22 aprile, che contiene “disposizioni riguardanti le restrizioni di proprietà privata in terre indigene”. Questa misura vuole legittimare e consentire il rilascio di titoli di proprietà agli invasori delle terre indigene ed è dunque assolutamente contraria ai doveri istituzionali di questo organismo che in base alla costituzione ha invece la finalità di proteggere i diritti e i territori delle popolazioni indigene.

Inoltre il presidente della Funai ha deciso di riesaminare o annullare diversi provvedimenti di demarcazione di terre indigene, come quello dei Tekoha Guasu Guavirá, nei Comuni di Guaíra e Terra Roxa (Stato del Paraná), e del popolo Avá-Guarani; la sospensione dei gruppi di lavoro sulle identificazioni e demarcazioni; lo smantellamento degli organi direttivi della Fondazione Indigenista, la persecuzione morale di pubblici dipendenti della Fondazione; il mantenimento delle politiche pubbliche solo per le terre già omologate; l’indebolimento anche finanziario di coordinamenti regionali e gruppi di base di protezione dei nostri popoli e territori contro la pandemia di Coronavirus, oltre a progettare l’ingresso di pastori evangelici fondamentalisti nei territori indigeni.

Cosí questo governo, subordinato agli interessi economici nazionali e al capitale internazionale, vuole limitare i nostri diritti, soprattutto territoriali, incentivando l’aumento delle pratiche illegali nei nostri territori per mezzo dell’ estrazione di minerali e di legname, deforestazione, allevamento del bestiame, monocolture e del land grabbing – accaparramento di terre (che sta per essere legalizzato con il provvedimento provvisorio MP 910/19, al vaglio del Parlamento), nonchè per mezzo di grandi progetti minerari e infrastrutturali che prevedono la costruzione di centrali idroelettriche, linee di trasmissione e strade. Tutto ciò, nel chiaro tentativo di mercificare territori pubblici.

Tutti questi atti illeciti e incostituzionali rappresentano un progetto di morte per i nostri popoli. Implicano la distruzione delle nostre foreste, dei nostri fiumi, della biodiversità, delle nostre fonti di vita, della Natura e della Madre Terra: patrimonio che è stato preservato per migliaia di anni dai nostri popoli e che fino ad oggi contribuisce strategicamente alla conservazione dell’equilibrio ecologico e climatico e al benessere dell’umanità, fornendo importanti servizi ambientali al pianeta.

È questo patrimonio che i latifondisti, l’agroindustria e le multinazionali vogliono rubarci, limitando o sopprimendo i nostri diritti costituzionali, sostenendo che i nostri diritti originali e la nostra stessa esistenza sono un ostacolo per le loro imprese e i loro piani di presunto sviluppo. In questo modo cercano di invertire la base giuridica, nazionale e internazionale, dei nostri diritti, attraverso misure come il Parere 01/17, con la tesi del “marco temporal”, cronologia con cui si vuole limitare il nostro diritto alle terre che occupiamo, sancito il 5 ottobre 1988, data di promulgazione della Costituzione che di fatto ha solo riconosciuto un diritto che era già nostro, fin dalle origini e quindi da molto prima dell’invasione coloniale e della nascita dello Stato nazionale brasiliano.

Il nostro sterminio sembra essere una questione d’onore per il governo Bolsonaro che, approfittando della crisi pandemica, ha completamente abbandonato i nostri popoli a se stessi. Questo governo ha anche posto fine alle diverse politiche pubbliche da noi conquistate negli ultimi 30 anni nell’ambito dell’istruzione, delle alternative economiche, dell’ambiente e in particolare della salute. Oltre ad aver determinato la municipalizzazione o la privatizzazione del sistema di salute indigena, con la paralizzazione della SESAI (Segreteria Speciale di Salute Indigena) e la diffusione del coronavirus nei nostri territori, è evidente che il governo vuole davvero la nostra estinzione: non ci protegge dagli invasori, permettendo loro di contaminare le nostre comunità provocando un’estinzione massiccia, a cominciare dai nostri anziani, fonti di tradizione e saggezza per i nostri popoli, specialmente per le nuove generazioni. E come se ciò non bastasse, il governo incoraggia le aggressioni e gli attacchi violenti da parte di interessi privati ​​sui nostri beni naturali e territori sacri. La recente esonerazione dall’incarico dell’ispettore capo dell’IBAMA (Istituto Brasiliano dell’Ambiente) per avere fiscalizzato delle miniere illegali in territori indigeni Tis, nel sud del Pará, mostrano chiaramente quali sono le intenzioni dell’attuale governo.

Nel denunciare pubblicamente l’ istituzionalizzazione del genocidio da parte del governo Bolsonaro, ci auspichiamo di contare sul sostegno della società nazionale e internazionale per raggiungere quanto chiediamo:

1. L’immediata demarcazione, regolarizzazione, fiscalizzazione e salvaguardia di tutte le terre indigene;

2. La revoca del parere 001/17 del procuratore generale federale;

3. Il ritiro di tutti gli invasori dalle terre indigene – minatori, accaparratori, taglialegna, agricoltori – dato che sono agenti che distruggono le nostre risorse naturali e le nostre culture, e in particolare, in questo momento, spargitori di malattie e del COVID-19 che costituiscono un grave rischio per tutti i popoli, in particolare per i popoli indigeni che si trovano in isolamento volontario;

4. L’adozione di misure che limitino l’accesso di estranei nelle comunità indigene, tra cui minatori, commercianti, taglialegna, e gruppi religiosi fondamentalisti che propagano, nelle terre indigene, la demonizzazione di stili di vita, spiritualità, conoscenze, modi tradizionali di cura;

5. L’attuazione di azioni volte a garantire servizi igienico-sanitari di base, acqua potabile, alloggi adeguati e altre attrezzature che garantiscano una buona infrastruttura sanitaria nelle comunità;

6. L’adozione di misure che garantiscano un buono stato nutrizionale in tutte le comunità indigene e la garanzia di un piano permanente per la sicurezza e sovranità alimentare e la sovranità per i nostri popoli e comunità;

7. La fattibilità dell’ingresso e della permanenza di squadre sanitarie territoriali, garantendo così azioni efficaci e continuate di prevenzione della pandemia;

8. Infrastrutture e logistica adeguate per i team sanitari, fornendo loro tutte le attrezzature necessarie per lo sviluppo di azioni di prevenzione e protezione dalle malattie, quali medicinali, sieri, guanti, maschere, trasporto, carburante;

9. La garanzia che, oltre alle comunità – nei comuni e nelle capitali – vi siano ospedali di riferimento per cure di media e alta complessità, in cui sia possibile eseguire esami clinici e ricovero ospedaliero adeguato per il trattamento di pazienti COVID-19 e altre malattie;

10. L’assegnazione di risorse finanziarie per l’acquisto di materiali protettivi per tutte le persone nelle comunità indigene, come acqua pulita, sapone, candeggina, alcool in gel, guanti e maschere, e che vengano date tutte le istruzioni alle persone in merito all’importanza dell’uso di questi materiali in questo periodo di pandemia;

11. La formazione di agenti sanitari indigeni, agenti ambientali, ostetriche e tutti coloro che lavorano nell’area della salute all’interno delle comunità, al fine di proteggere e prevenire dal COVID-19;

12. L’assunzione immediata di professionisti della salute – medici, infermieri, epidemiologi – per lavorare nelle aree indigene, componendo ed ampliando gli attuali team sanitari;

13. L’assunzione, immediatamente, di test, per eseguire esami COVID-19 in tutte le comunità, nel maggior numero possibile di persone, al fine di ottenere una diagnosi effettiva della situazione attuale della pandemia all’interno delle terre indigene e migliorare le azioni in materia di prevenzione, controllo e trattamento;

14. La sottostima dei casi di indigeni positivi deve essere interrotta e tutti i casi riscontrati tra indigeni devono essere comunicati nel loro insieme, indipendentemente dal fatto che riguardino terre indigene regolarizzate o meno, o aree urbane. Che il Ministero della Sanità e il Centro operativo per le emergenze di Sanità Pubblica assicurino che il Bollettino epidemiologico Covid-19 includa tutti i casi di contaminazione e i decessi di tutti gli indigeni, affinché questo dati vengano inclusi nei dati pubblici ufficiali;

15. La formazione di un comitato interistituzionale di crisi che garantisca la partecipazione di rappresentanti di popolazioni indigene, nominati dall’APIB, con l’obiettivo di definire le strategie di protezione delle popolazioni indigene, e possa monitorare congiuntamente le azioni di protezione del territorio, la sicurezza alimentare, gli aiuti e i protocolli contro la trasmissione, per tutte le popolazioni indigene. Questo comitato non deve essere confuso con il Comitato Nazionale di Crisi che coinvolge solo il segretariato speciale per la salute degli indigeni ed esclude l’assistenza agli indigeni al di fuori delle terre indigene;

16. Che FUNAI e SESAI, nonché i Coordinamenti regionali di Funai (CDR) e i Distretti sanitari speciali indigeni (DSEI) siano incorporati ai Centri di operazioni di emergenza di sanità pubblica a livello nazionale, statale e municipale;

17. Che il Congresso Nazionale accantoni tutte le iniziative legislative delle lobby latifondiste e altri segmenti economici che pretendono limitare o sopprimere i diritti fondamentali dei nostri popoli, principalmente il diritto originale alle terre che tradizionalmente occupiamo;
18. Che la Magistratura sospenda tutte le rivendicazioni di proprietà presentate da invasori, presunti proprietari o imprenditori, contro i popoli indigeni che desiderano tornare a occupare i loro territori tradizionali;

19. Che la Corte Suprema Federale giudichi quanto prima in un Appello Straordinario – RE n. 1017365, per definire in carattere definitivo e completo, l’Indigenato, ovvero il diritto originale, naturale, congenito di occupazione tradizionale delle nostre terre. e territori, al fine di correggere la traiettoria di aggressione contro le popolazioni indigene del Brasile.

20. Che il governo di Bolsonaro sospenda l’esecuzione di eventuali lavori infrastrutturali (idroelettrici, stradali, ecc.) o agroindustriali che potrebbero avere un impatto sui nostri territori, poiché favoriscono la presenza di non indigeni, potenziali agenti di propagazione del Coronavirus e di altre malattie dannose per i nostri popoli e le nostre comunità.

21. Ed infine chiediamo la revoca della Normativa 09 del 16 aprile 2020, pubblicata dal presidente della FUNAI, nell’edizione del 22 aprile della Gazzetta ufficiale (DOU), che consente, illegalmente e incostituzionalmente, il trasferimento di titoli di terra a privati all’interno delle aree
indigene protette dalla legislazione brasiliana. E che il Parlamento archivi definitivamente la misura provvisoria 910/19 che cerca di legalizzare l’atto criminale dell’accaparramento di terra nei nostri territori, nelle unità di preservazione e in altri territori delle comunità tradizionali.

Ai nostri popoli e alle nostre organizzazioni diciamo: resistiamo sempre con la saggezza che abbiamo ereditato dai nostri antenati, per le generazioni presenti e future dei nostri popoli. E che la solidarietà nazionale e internazionale si intensifichino, in questo momento di morte aggravato dall’incuria del governo di Bolsonaro, e che venga un nuovo tempo per i nostri popoli, per la società brasiliana e per tutta l’umanità.

Per il diritto di vivere. Sangue indigeno: non una goccia in piú.

Brasile, 30 aprile 2020.

XVI Accampamento Terra Libera 2020
Articolazione delle Popolazioni Indigene del Brasile
Mobilitazione nazionale indigena